La mia etica

Partendo dal presupposto che mi è stato imposto di scrivere questo articolo perchè non l’avrei mai scritto di mia volontà, vorrei iniziare con la definizione di etica, presa dall’ Enciclopedia Treccani.

In senso ampio, etica è quel ramo della filosofia che si occupa di qualsiasi forma di comportamento umano, politico, giuridico o morale; in senso stretto, invece, l’etica va distinta sia dalla politica sia dal diritto, in quanto ramo della filosofia che si occupa più specificamente della sfera delle azioni buone o cattive e non già di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle politicamente più adeguate.

I filosofi nelle loro dottrine etiche hanno avuto di mira due differenti obiettivi, spesso ricercati congiuntamente. Da una parte si sono proposti di raccomandare nella forma più articolata e argomentata l’insieme di valori ritenuti più adeguati al comportamento morale dell’uomo; dall’ altra hanno mirato a una conoscenza puramente speculativa del comportamento morale dell’uomo, badando non tanto a prescrivere fini, quanto a ricostruire i moventi, gli usi linguistici, i ragionamenti che sono rintracciabili nel comportamento etico. Nel 20° secolo è invalso l’uso di distinguere nettamente tra questi due indirizzi nella riflessione sulla morale, caratterizzando come etica una filosofia prevalentemente pratica, impegnata in difesa di determinati valori, e come metaetica una filosofia con pretese esclusivamente teoretiche e conoscitive, rivolta a ricostruire la logica e il significato delle nozioni in uso nella morale.

Nonostante io abbia letto più volte questa definizione di etica per cercare di capire cos’è e soprattutto per trovare una mia etica, non credo di essere riuscita a trovare una mia filosofia di vita e una mia etica.

Sforzandomi, però, mi sono resa conto che in realtà la mia etica può essere sintetizzata con la frase: “Un giorno senza sorriso è un giorno perso“. Questa è la frase che ogni mattina mi ripeto in testa e che cerco di rispettare, nonostante non sia sempre così facile.

Un giorno senza un sorriso è perso perché vuol dire che non siamo stati capaci di raggiungere un’armonia interna, con noi stessi, ma anche perché non siamo stati campaci di creare un legame di empatia, una relazione, una sintonia con gli altri.

Un giorno senza sorriso è, dunque, un giorno senza sole, con un cielo coperto da una fitta coltre di nere nuvole tra le quali i caldi e luminosi raggi del sole di un sorriso non riescono a penetrare.

Il sorriso, invece, rende tiepidi anche i momenti più gelidi e tetri della nostra esistenza riuscendo, così, ad allungarla dandoci la forza di guardare ancora avanti, di sperare, di sognare…

Un sorriso crea gioia, genera un’atmosfera speciale di sintonia e di inaspettata sofficità nel cuore, nella mente, nel corpo.

Quanti giorni persi… proviamo a rifletterci, non da domani, ma da oggi, da adesso ed andiamo a cercare qualcuno al quale donare il nostro sorriso: un gesto di benessere per noi e per gli altri.

Ritrovata Terror, la seconda nave della spedizione Franklin

Localizzato il relitto in una baia dell’isola di Re William, nell’Artico canadese. Si trova a 50 chilometri dalla gemella Erebus trovata due anni fa

di Anna Romano, 16 settembre 2016

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Il relitto della Terrot da un fotogramma del video dell’ Arctic Research Foundation

A due anni dal ritrovamento della HMS Erebus, è stato finalmente localizzato anche il secondo dei due velieri della spedizione di John Franklin, esploratore e ufficiale della Royal Navy, partiti nel 1845 alla ricerca del Passaggio a Nord-ovest – la rotta che collega gli oceani Atlantico e Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico – e mai più tornati.
E il percorso, che rappresentava l’El Dorado dei marinai, ha dovuto poi aspettare il 1906 e Roald Amundsen per essere tracciato.

Senza notizie dopo due anni dalla partenza della spedizione, la moglie di Franklin chiese all’Ammiragliato britannico che venissero inviate delle squadre di ricerca. Squadre che, effettivamente, partirono alla fine del terzo anno, quando si pensava che fossero ormai esaurite le scorte di cibo per l’equipaggio. Furono le prime di una lunga serie: le ricerche della spedizione Franklin continuarono per tutto il XIX secolo, ma furono ritrovati solo i resti di alcuni dei membri dell’equipaggio.
Le navi e i dispersi, 129 uomini incluso Franklin, sono entrati nel mito, ad alimentare la curiosità di scienziati e ricercatori che hanno tentato di risolvere l’enigma della loro scomparsa.

I velieri, due bombarde, rimasero incagliati nel ghiaccio dello stretto di Vittoria tra il 1846 e il 1848, e l’equipaggio, dopo aver passato due inverni sull’isola di Re William, li abbandonò definitivamente per cercare di raggiungere il Sud via terra. Resta però il fatto che di quegli uomini si è persa ogni traccia, e i pochi resti trovati hanno fatto nascere diverse ipotesi: presentavano segni di cannibalismo e altissimi livelli di piombo nelle ossa, tanto che alcuni studiosi hanno ipotizzato che i marinai possano aver subito un avvelenamento da cibo inscatolato (per il piombo utilizzato nelle lattine delle scorte alimentari) che, insieme al freddo e alla fame, ne abbia accelerato la morte.

Anche delle navi si sono a lungo perse le tracce. Ci sono voluti 170 anni per individuarne la posizione: nel 2014 è stata localizzata, e poi esplorata, la HMS Erebus e il 3 settembre scorso è stata individuata la Terror, nella piccola e inesplorata insenatura di Terror Bay, caso di profetica omonimia, sull’isola di Re William, a cinquanta chilometri dalla gemella.

La Terror avrebbe forse potuto restare nelle profondità artiche per sempre se non fosse stato per un incontro, e una conversazione casuale, fra Adrian Schimnovski, dell’Arctic Research Foundation, a capo delle operazioni di ricerca, e Sammy Kogvik, un inuit dell’unico insediamento dell’isola di Re William.
L’Associated Press riferisce che Kogvik ha raccontato al ricercatore di essersi imbattuto in un lungo palo che sporgeva dall’acqua nel corso di un’escursione in motoslitta sulle coste dell’isola: “Sembrava proprio l’albero di una nave”- ha riferito l’inuit, che, sul posto avrebbe fatto anche degli scatti fotografici poi andati perduti.
Sarebbe stato proprio questo racconto del nativo a indirizzare i ricercatori, che la mattina del 3 settembre hanno visto apparire sull’ecoscandaglio l’immagine di una sagoma sgranata. 

“A quel punto eravamo tutti in fibrillazione”, racconta Daniel McIsaac, membro dell’equipaggio e timoniere della Bergmann, la nave da ricerca impiegata dalla Arctic Research Foundation.

I giorni successivi sono stati dedicati alla raccolta di immagini e video ad alta definizione del relitto, da confrontare con i piani originari di costruzione. Tutti gli elementi chiave sembrano corrispondere, sebbene laTerror sia stata trovata 96 chilometri più a sud di quanto si credeva potesse trovarsi.
Il relitto sembra in condizioni perfette, nonostante la lunga deriva e gli anni passati sul fondo del mare: le lamiere che rinforzavano lo scafo sono ben visibili tra le alghe ondeggianti. Nel video rilasciato dalla Arctic Research Foundation si può vedere chiaramente la campana di bordo (nella foto a destra);  un cavo è ancora avvolto attorno all’argano, come se la nave fosse pronta per ormeggiare. 

La scoperta chiude anni di ricerche finanziate dal governo canadese, che dal 2008 ha investito milioni di dollari per ritrovare le navi della spedizione Franklin. Al momento, non è previsto il recupero dei relitti, che resteranno quindi sui fondali dell’Artico canadese.
Il presidente della Royal Canadian Geographical Society definisce il ritrovamento “il pezzo mancante di un puzzle storico”, un enigma risolto, e sottolinea l’importanza della scoperta: la HMS Terror è stata testimone di una tra le più temerarie e avventurose spedizioni del XIX secolo.

Hayez, Klimt e i baci più belli dell’arte

Tutti conoscono Il Bacio di Francesco Hayez, il quadro con il soldato che saluta con passione la fidanzata prima di partire per il fonte. Il romanticismo di quell’intenso bacio dipinto nel lontano 1859 non è affatto fuori moda: la tela continua a essere riprodotta su migliaia di cartoline, magliette, poster, tazze.
Non da sola va detto, perché di «baci romantici» Hayez, artista veneziano di origine francese, appassionato di melodrammi e piuttosto incline agli entusiasmi rinascimentali, in realtà ne dipinse tre, a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, negli anni Sessanta dell’Ottocento.

Le differenze tra i dipinti? Poca roba, solo dettagli dell’abbigliamento dei due amanti. Nella prima versione la ragazza veste un abito in tinta con la bandiera francese, nella seconda con i toni della bandiera italiana e nella terza un abito bianco che allude alla purezza della nuova Italia unificata.

L’artista fu amico di Giuseppe Verdi e Gaetano Donizetti e a Milano divenne poi direttore dell’Accademia di Brera. La storia però non è stata generosa con lui: terminati gli entusiasmi rinascimentali, i suoi affreschi furono staccati dai muri, lasciati nei depositi e dimenticati. Finalmente sono stati recuperati e restaurati. Se Hayez, il più romantico dei pittori, ha firmato un quadro-icona dell’amore romantico capace di resistere nei secoli, molti altri pittori si sono cimentati con successo nel ritratto «al bacio».

Di seguito alcuni dei baci più belli dell’arte.

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Hayez, Il bacio (1859)
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Caravaggio, Narciso (1597-99)
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Canova, Amore e Psiche (1787-93)
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Klimt, Il bacio (1907-1908)
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Lichtenstein, Il bacio 

Chi sono io?

Quando si riflette sulla vita umana in generale è difficile non essere presi, prima o poi, da un senso di sgomento, il quale riunisce in sé contrastanti sentimenti di paura, delusione, mistero, inquietudine. Questo capita soprattutto quando pensiamo che la nostra vita finirà con la morte e ciò può capitare dopo un minuto dalla nostra nascita oppure dopo cento anni ma è comunque lo stesso, giacché la sorte è identica : chi inizia a vivere è destinato a morire, a concludere questa esistenza terrena; e che ciò avvenga subito o dopo molti anni, non cambia in apparenza la sorte, che rimane identica. La nostra vita è finita e tutto ciò che abbiamo fatto di bene e di male viene livellato dalla realtà della morte. Del resto, la stessa specie umana non è immortale ed un giorno la vita su questo pianeta finirà, per cui tutto ciò che per noi, oggi, è importante, non sarà più nulla. Pensiamo infatti alle civiltà del passato : che ne sappiamo dei nostri progenitori ? Ben poco, e poi… non ci interessa granché (a meno di non essere storici o archeologi) … quello che conta, per noi, è eventualmente sapere il significato di questo nostro passaggio, alquanto effimero (settanta, ottanta anni di media) su un pianeta di uno sperduto sistema solare (così dicono gli astronomi) in una delle tantissime galassie. Insomma, l’importante per noi è riuscire a sapere: chi sono io ?

A questa domanda nessuno si accontenta di rispondere con un semplice “sono un insegnante”, “sono un impiegato”, “sono un uomo”, “sono una donna” ecc. Ovviamente sono risposte giuste però non sono certo esaurienti e ci lasciano insoddisfatti. Quando infatti ci domandiamo “chi sono io?” non intendiamo tanto sapere qual è la nostra professione e neppure quali caratteristiche mi distinguono esteriormente dagli altri. La questione è molto più profonda .Vogliamo sapere che cosa significa essere “uomini”, vogliamo sapere quale sarà il nostro “destino”, e ciò vuol dire chiederci in fondo questo : riusciremo a fare qualcosa che ci distinguerà da ogni altro essere che è vissuto su questa terra ? In altre parole, quando ci chiediamo “chi sono io?”, scopriamo l’unicità della nostra persona e cioè acquisiamo progressivamente la consapevolezza di essere persone singolari, uniche, diverse da qualunque altra vi sia stata o vi sarà mai… non solo su questo pianeta ma in tutto l’universo.

Ci avete mai riflettuto ? E’ sconvolgente! Io sono … io… e cioè una persona unica, che non ha uguali in tutto il resto del mondo! Quando ce ne rendiamo conto, sentiamo subito un peso enorme su di noi : è la terribile consapevolezza della nostra responsabilità nei confronti di noi stessi e di tutti gli altri. Perché responsabilità ? Perché essere unici vuol dire che nessun altro farà mai quello che io ho fatto o potrò fare. Dunque a me spetta fare delle cose che non potranno mai essere fatte da nessun’altra persona al posto mio (e non c’entra zappare l’orto o dirigere una azienda : è la fatica quotidiana del vivere che è qualitativamente importante) . Ciò che farò o ciò che non farò contribuirà a formare il mio “io”, a definire sempre meglio chi sono, a distinguermi dagli altri. Non solo : ogni nostro atto influisce su tutto il resto, così che l’universo non è più lo stesso da quando ci sono io perché le conseguenze delle mie scelte si ripercuotono dovunque, anche se non ne siamo affatto consapevoli.

Da quanto detto finora, scopriamo che non è poi così importante sapere veramente che cosa sia questo “io”, ma quel che più conta è riconoscere la nostra unicità . Così, alla domanda “chi sono io?” non risponderemo più definendoci in qualche modo (semmai lasceremo che gli altri ci definiscano). Acquisiremo invece consapevolezza delle nostre scelte : impareremo che ogni scelta è gravida di responsabilità e contribuisce ad edificare, momento per momento, quello che potremmo chiamare “il nostro destino”(ci ritorneremo). In altri termini, ad una tale domanda, io posso solo rispondere con tutte le mie scelte, con tutta la mia vita e vi rispondo in un modo unico, specifico, diverso da ogni altro essere umano. E non potrebbe essere diversamente : alla domanda “chi sono io?” nessuno può rispondere al posto degli altri, dando una risposta che possa soddisfare tutti oltre me stesso. In breve, io sono … il risultato di tutte le mie scelte, dei miei desideri, delle mie speranze, delle mie sconfitte e delle mie vittorie, dell’ambiente in cui vivo e delle influenze degli altri su di me… ecco chi potrei essere.

Ho tralasciato apposta finora di disquisire su quella parolina che in italiano suona “io”. Perché? Perché se nella domanda “chi sono io?” riveste un posto importante, ritengo che non dobbiamo lasciarci fuorviare dalla sua presunta importanza . In altre parole, credo che sapere che cosa voglia dire “io”, non ci faccia avanzare di molto nella scoperta di noi stessi. Anche se indichiamo col termine “io” la nostra anima o il nostro spirito o la nostra più profonda essenza , abbiamo forse chiarito di più la questione ? Non credo proprio. Comunque, da secoli sappiamo che non dobbiamo perdere tempo nella ricerca del famigerato “io” : da Buddha a Gesù, da Pascal a Hume, da Kant a Freud, per non citare che alcuni nomi, tutti costoro hanno ritenuto fuorviante la ricerca, la definizione, l’attaccamento all’io. Che esso esista o no, la risposta che è stata data in questi millenni è comunque deludente : dell’io sappiamo poco o nulla. Ma questo ci fa capire che dobbiamo forse cercare altrove, e cioè dobbiamo prendere atto che le grandi questioni esistenziali non sono risolvibili a parole, con i discorsi, con una logica o una razionalità, bensì vivendole nel quotidiano. Insomma, la risposta è la vita, è la mia vita !

Per concludere, vorrei ancora dire qualcosa sul rapporto fra il cosiddetto “io” ed il “destino”. Forse io non so chi sono nel più profondo di me stesso (“noi siamo a noi stessi i più lontani”, diceva Nietzsche; “io è un altro”, diceva il poeta). Però sento di “dover fare qualcosa”, di “dover adempiere” un determinato compito, e di sentirmi insoddisfatto se non lo faccio. Posso anche oppormi a questo mio “destino”, posso cercare di rimandarlo, di evitarlo, di negarlo, eppure, prima o poi, dovrò fare i conti con esso, e dovrò, alla fin fine, riconoscerlo e accettarlo, e solo così scoprirò di essere veramente libero, felice, realizzato… “me stesso”.

Sembrerà paradossale, tuttavia quando ne avremo la consapevolezza, avremo forse fatto il primo passo verso la scoperta dello stretto rapporto che lega me stesso, il mio “io” al mio “destino”. Gli antichi Greci avevano un detto bellissimo per esprimere tale conquista : “diventa ciò che sei”, così essi esortavano. Questa profonda verità ci invita in primo luogo a riconoscere che noi esistiamo, che siamo vivi, che ci siamo. Dopo aver preso atto di questo, devo cercare di diventare quello che sono, devo cercare di vivere la mia vita in prima persona, devo identificarmi col mio destino. Anche perché, se non lo faccio, e finché non lo faccio, resterò insoddisfatto, non potrò mai realizzarmi pienamente, non potrò mai essere libero e felice. E tutto ciò ci apparirà forse più chiaro verso la fine di questa vita terrena : tornando indietro a ripensare quello che abbiamo fatto – o non fatto – ci accorgeremo che una sorta di filo sottile ha legato tutte le nostre vicende e guarderemo meravigliati (forse anche un po’ timorosi) la trama della nostra vita. Allora, forse, potremo finalmente intravedere ciò che siamo stati e potremo rispondere serenamente a quella terribile domanda : “chi sono io?”.

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Italia, il bilancio del 2016: Vanessa Ferrari sfiora l’alloro olimpico, le giovani crescono

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Si sta per chiudere il 2016, la stagione della ginnastica artistica si è conclusa qualche settimana fa ma che annata è stata per l’Italia? Il bilancio parla di zero medaglie tra Europei (seniores) e Olimpiadi: ormai le medaglie internazionali di primissimo piano mancano dall’oro continentale che Vanessa Ferrari conquistò al corpo libero nel 2014. Un lungo digiuno che però non rende giustizia al valore dimostrato dalle ragazze nel corso dell’ultimo periodo.

La qualificazione ai Giochi Olimpici, ottenuta meravigliosamente sul campo grazie al quinto posto conquistato ai Mondiali 2015, è sinonimo del buon lavoro che si sta svolgendo nel nostro Paese e di una scuola di ginnastica che si sta sviluppando costantemente. Sotto sotto si vuole provare a fare il risultato di spessore, il colpaccio mai ottenuto nella nostra storia, magari alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Valutando esclusivamente questa stagione, però, il bicchiere è mezzo vuoto. La squadra ambiva quantomeno alla qualificazione alla Finale Olimpica e invece, a causa di una rotazione sciagurata alla trave, non è andata oltre all’undicesimo posto, fallendo l’obiettivo minimo.L’atteggiamento però è stato quello corretto perché le azzurre erano partite per il Brasile, con il compito di tentare il tutto per tutto, magari per provare a inseguire una medaglia oggettivamente impossibile. Gli errori sono stati la conseguenza di elementi complessi, portati in gara nel contesto più importante per fare la migliore figura possibile.

La migliore ginnasta è stata ancora una volta Vanessa Ferrari, sempre più eterna e da clonare, a un soffio dal tanto agognato podio a cinque cerchi: ancora quarto posto, dopo le lacrime di Londra 2012, questa volta per una piccola sbavatura sulla diagonale finale che le ha impedito di festeggiare come avrebbe meritato. Un riconoscimento alla carriera della Campionessa del Mondo 2006 che stenta ancora ad arrivare: con un tendine al limite ci ha creduto per l’ennesima volta e non è detto che sia finita qui.

Da elogiare anche Sofia Busato, al primo anno da senior e subito capace di sfiorare la medaglia agli Europei: quarto posto al volteggio con un doppio avvitamento sempre più preciso che lascia intuire anche dei margini per l’Amanar. Doppio e mezzo che sembra sempre più alla portata delle terribili ragazzine della classe 2003 (Asia e Alice D’Amato, Giorgia Villa, Elisa Iorio), una delle note più positive della stagione, il Progetto del quadriennio che prosegue a gonfie vele insieme anche alle altre juniores tra cui Martina Maggio (oro al volteggio agli Europei di categoria) e Martina Basile (bronzo nel concorso generale e argento alla tavolo nella rassegna continentale riservata alle under 16).

Erika Fasana si è confermata al vertice mondiale per quanto riguarda il corpo libero: finalista alle Olimpiadi dopo aver strappato sul campo il pass per l’atto conclusivo ai Mondiali 2014 e 2015. La comasca ribadisce le proprie potenzialità al quadrato, riuscendo a rientrare sempre tra le grandi. Basta questo risultato per promuovere la sua stagione, in recupero dall’infortunio alle tibie.

Carlotta Ferlito è stata la migliore italiana nell’all-around delle Olimpiadi, peccato per la caduta dalla trave in qualifica che le ha impedito di lottare per un posto in finale nella sua disciplina prediletta. Agli Europei ci eravamo presentati con una formazione “B”: strappato il pass per la finale in maniera rocambolesca e fortunosa, le ragazze hanno poi concluso al quinto posto, manifestando alcune difficoltà (la Francia si è messa al collo la medaglia di bronzo…).

Di OAsport, il 27/12/2016 (http://it.eurosport.com/ginnastica-artistica/italia-il-bilancio-del-2016-vanessa-ferrari-sfiora-lalloro-olimpico-le-giovani-crescono_sto5993474/story.shtml)

Adolescenti sempre più in gruppo, ma non è più il loro «porto sicuro»

Le relazioni sono spesso di sfida e creano disagio, non serenità. Competizione e paura di deludere: chi si isola fa amicizia in rete dove incontra il pericolo del cyberbullismo.

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L’abitudine sempre crescente a utilizzare i social network ha creato una generazione di adolescenti in bilico tra una socialità “classica”, ovvero all’interno del gruppo dei pari, ed una socialità “in rete”. Ambiti che molte volte hanno ampi margini di sovrapposizione (gli amici “reali” sono anche quelli con cui ci si è in contatto sui social), ma tante altre aprono nuovi scenari relazionali con le opportunità, ma anche i rischi, che ciò può comportare.

Sempre più amicizie in gruppo

Ed è per valutare questi aspetti che la Società italiana di medicina dell’adolescenza (Sima) e l’Associazione no-profit Laboratorio Adolescenza hanno realizzato un’indagine conoscitiva su un campione nazionale di quasi 2.000 studenti di terza media. Un dato che emerge è la crescita (rispetto a una analoga indagine del 2012) della tendenza a frequentare gruppi numerosi di coetanei piuttosto che un solo amico o gruppetti ristretti di due o tre e – verosimile conseguenza di questo atteggiamento – cresce anche la percentuale di chi dichiara di fare (spesso o occasionalmente) cose che non vorrebbe, per adeguarsi alle decisioni del gruppo. D’altra parte i “gruppi” sono generalmente gestiti da leader, mentre la maggioranza degli intervistati si considera uno/una che si adegua a quello che fanno gli altri. In questo scenario circa il 50 % dei ragazzi afferma di tenere, quando è con gli amici, comportamenti che possono risultare rischiosi e se, tra questi, il 36 % dice di farlo perché attratto dal rischio, quasi uno su sei dichiara di comportarsi in questo modo per avere maggiore credito all’interno del gruppo o attrarre su di sé l’attenzione. Circa le preferenze di genere, la metà del campione dichiara – indipendentemente dal sesso – di avere un numero simile di amici maschi e femmine. Solo il 4% dei ragazzi e il 10% delle ragazze ha più amici di sesso opposto.

Cyberbullismo in rete

Sul fronte della socialità in rete, aumenta la frequentazione dei social network e questa fortissima esposizione in rete trascina inevitabilmente con sé fenomeni di cyberbullismo. Un elemento sul quale c’è molto da riflettere, come spiega Piernicola Garofalo, presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza, è il collegamento tra i comportamenti riguardanti la socialità reale e quella virtuale. «I ragazzi e le ragazze che mostrano di avere maggiori difficoltà a inserirsi all’interno del gruppo — sottolinea Garofalo — non solo usano i social network in modo più massiccio degli altri – atteggiamento teoricamente comprensibile, perché cercano alternative in una socialità “altra” – ma sono anche quelli più esposti ai rischi come il cyberbullismo (30,6% contro 17,1%). In pratica, il rifugio nella socialità in rete si trasforma in una trappola ed in una nuova fonte di disagio. «Socialità in rete — puntualizza Garofalo — che, come vedremo dai risultati dell’indagine che presenteremo a Pisa, è spesso caratterizzata da scarsa prudenza».

Gruppo luogo competitivo e non protetto

A questo proposito è interessante osservare che le difficoltà a relazionarsi con i pari evocate dal presidente della Sima (sentirsi spesso a disagio, fare costantemente confronti con gli altri, essere spesso condizionati dal gruppo, sentirsi traditi dagli amici) appaiono in crescita rispetto ai dati del 2012 e sono particolarmente presenti tra i ragazzi e le ragazze che vivono nelle grandi città. «Il gruppo dei pari — commenta Carlo Buzzi, ordinario di sociologia all’Università di Trento e referente per l’area sociologica di Laboratorio Adolescenza — sta perdendo la sua preziosa connotazione di “porto sicuro” e diventa a per gli adolescenti, un “luogo” competitivo nel quale ci si deve confrontare e difendere. È lo specchio di una società sempre più competitiva, in cui anche le relazioni amicali risentono del mutato clima generale. E se il fenomeno è più evidente tra i ragazzi “metropolitani” – sottolinea Buzzi – dobbiamo purtroppo attenderci una sua diffusione, perché i comportamenti e gli atteggiamenti degli adolescenti che vivono nelle grandi città sono solitamente precursori delle tendenze emergenti».

Maggiori difficoltà se entrambi i genitori sono stranieri

Cambia la “geografia” della famiglia. Dall’indagine SIMA-Laboratorio Adolescenza — emerge che gli adolescenti che hanno entrambi i genitori italiani sono, oggi, l’80% del campione (76% nelle grandi città), mentre nel 2010 risultavano essere il 95%. E il processo di integrazione di questi nuovi italiani (la maggior parte di loro è, infatti, nata in Italia) non è sempre facile. Gli adolescenti con genitori stranieri (rispetto ai coetanei con entrambi i genitori italiani) dichiarano, in percentuale maggiore, di avere pochi amici (18,5% contro 14.5%), di avere amicizie meno stabili (18,2% contro 10,1%), di sentirsi maggiormente a disagio quando sono con gli amici (23% contro 17%) e risultano essere maggiormente vittime di episodi di cyberbullismo(28% contro 19%). Cyberbullismo che è sempre più spesso esercitato colpendo la vittima sulla sua appartenenza religiosa.

                              Di Maurizio Tucci, Corriere della sera

Un’ intervista a Carla Fracci

Carla Fracci: “Come regalo per i miei 80 anni vorrei una compagnia tutta mia”

Oggi il compleanno della regina della danza: «Ma festeggerò più avanti con mio marito, una cosa semplice».
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E lei, signora, da quando era allieva nella Scala del Dopoguerra, di danzare non ha mai smesso. Lo ha fatto fino qualche sera fa nel ruolo della regina Thalassa, in un balletto ispirato a Sheherazade con il Balletto del Sud.

«Già. È bello lavorare con un gruppo di giovani pieni di talento. Però adesso, per piacere, non tiri fuori la domanda che mi fanno tutti».

Sarebbe?

«Sarebbe: ma se, quando, smettesse di ballare, che cosa gradirebbe fare? Le sembrano cose da chiedere? Ma certo che mi sento una maestra, ma certo che mi piacerebbe trasmettere quel che so ai ragazzi. A Parigi, da giovane, vidi agli Studi Vaquer dar lezione un’insegnante russa che di anni ne aveva 90. Era minuscola, rattrappita, aggrappata al pianoforte. Meravigliosa. La danza funziona così. I balletti storici vengono tramandati attraverso l’esperienza. E si trattasse solo di piedi e di gambe. No. C’entrano la testa, il cuore, la generosità».

Il suo sogno, dunque, è una scuola da dirigere. Chi glielo impedisce?

«Ci vorrebbe intanto una struttura, e poi appoggi, sponsor. Non è facile in un’Italia che continua a tagliare i budget per i teatri, e dove la danza è sempre la prima a pagare. Certo: una scuola, una compagnia tutta mia. Non voglio fare quella che pretende, e detesto essere considerata l’icona, il simbolo. Ma a un po’ di riguardo credo di avere diritto».

Direttrice del corpo di ballo lo è stata per vari anni, al San Carlo di Napoli, all’Arena di Verona e poi, dal 2000 al 2010, all’Opera di Roma. Non senza qualche scintilla. Circola su YouTube un video in cui, durante un’assemblea, scende dal palco e va a cantarle all’allora sindaco Alemanno seduto in poltrona.

«Lì ho perso la pazienza perché era una questione di rispetto, quello che lui non aveva dimostrato alla compagnia rimandando gli impegni e gli incontri. Ma di Roma preferirei ricordare il buono. Aver riportato il gruppo a livelli internazionali, l’affetto con cui i ragazzi mi pensano ancora, e la carriera di chi ho fatto prendere io, per esempio Rebecca Bianchi».

Sempre a proposito di impegni personali: com’è andata come assessore alla Cultura della Provincia di Firenze?

«Bene finché è durata. Un percorso interrotto per l’abolizione della Provincia, peccato perché anche lì si erano fatti molti sforzi. Ma, assessorato a parte, non dimentichi soprattutto il lungo lavoro di decentramento, le serate in giro per l’Italia, quando c’era chi mi guardava come una marziana perché andavo a Bari: ma chi te lo fa fare, mi dicevano, tu che sei la Fracci, cosa vai in Africa? E gli impresari che mi facevano capire che, se mi fossi fatta scritturare da sola, senza i ragazzi, il compenso sarebbe stato maggiore. Però io tenevo duro ».

Perché?

«Perché sapevo di avere ragione. In quegli anni abbiamo preparato il terreno al boom della danza, l’abbiamo offerta come su un piatto d’argento alle nuove generazioni. Le parlo di un’epoca in cui le scuole private si contavano sulle dita di una mano. E poi era anche una questione di crescita personale, di rinnovamento del repertorio. L’altro giorno un signore mi ferma per strada: l’ho vista tanto tempo fa a Jesi, nel Lutto si addice a Elettra».

Non era più solo la Fracci dei tutù bianchi, dei balletti romantici. Le è pesato quel ruolo?

«No. Ogni balletto romantico è una cosa a sé stante, un viaggio a parte, indimenticabile. Lo sa una volta che cosa mi hanno detto alla Scala, quando ho proposto una Giselle? Che era “un balletto di pantomima”. Ho rabbrividito, poi ho pensato allo stile della Karsavina. Altro che pantomima: pensi alla tecnica che c’è dentro. Solo che non va mostrata. Non siamo lì per farci dire: guarda come sono belli i miei arabesque».

Se nomina quel titolo, il pensiero va subito al suo esordio da leggenda. Ce lo ricorda?

«Avevo 19 anni, Anton Dolin all’audizione mi chiese una certa posizione e poi disse che gli ricordavo Olga Tsessisova: “Sarai una grande Giselle”. Mi ritrovai a Londra, io che ero una ragazzina, proprio per tre serate di quel balletto. Arrivavo dopo Markova e Chauviré. La consacrazione. Ballerine italiane ce n’erano state tante nella storia, Maria Taglioni, Fanny Cerrito, ma certo mancavano da un pezzo. Capitava di sentirmi dire: ma perché, alla Scala c’è un corpo di ballo?».

La Scala era, è casa sua: lei e la Callas ne eravate le regine, e il teatro per farle gli auguri le dedicherà una recita proprio di «Giselle» e un appuntamento nel ridotto dei palchi. Nessuna delusione, magari per quella carica direttiva che non è arrivata neanche da lì?

«Non ne voglio parlare, si sfocerebbe in politica. Non è il caso».

Che cosa l’appassiona, oltre la danza?

«Il giardino, perché ho origini contadine e la terra mi è sempre piaciuta. La cura della casa, che a volte esercito con fin troppa esigenza. I miei due nipoti, Giovanni e Gioele, figli di mio figlio Francesco, e la figlia di mia nipote Barbara, Lelia. Vado in giro, se serve al supermercato. Lavo i piatti. Non mi consideri una santa sull’altarino, una che neppure è capace di camminare. La gente mi ferma e mi tratta come un’amica. Certo i telefonini che scattano le foto un po’ di noia la danno. Ma meno male che ci sono i fan. A dimostrare che tutto questo tempo non è passato per niente».

   Di Egle Santolini, La Stampa

Morte di Franca Sozzani, pioniera della moda

Giornalista e direttrice di Vogue Italia, si è spenta a Milano a 66 anni. Amica dei grandi creativi, talent scout delle super top, ha rivoluzionato la rivista con copertine indimenticabili e ribelli.

Milano, 22 dicembre 2016 – Con la morte di Franca Sozzani, oggi nella sua casa milanese, che l’ha protetta in questi terribili mesi in cui la malattia l’ha aggredita e strappata ai suoi cari e a tutto il mondo della moda internazionale che l’ha sempre ammirata e anche temuta, tutto cambia, si chiude un’era favolosa e immensa di progetti, di immagini, di scouting appassionato.

Sessantasei anni, studi alle Marcelline e poi la laurea in Lettere e Filosofia, di famiglia borghese, nata a Mantova ma vissuta sempre a Milano che ha reso splendente con molte sue iniziative, dal 1988 direttore di Vogue Italia, prima il successo con la rivista Lei poi la direzione editoriale di tutta la catena Condè Nast italiana, il restyling di L’Uomo Vogue, le mostre, i libri, i suggerimenti e consigli a tanti protagonisti del fashion internazionale. Fino ad oggi che il suo cuore da combattente ha smesso di battere. Resta il figlio Francesco Carrozzini, amatissimo, fotografo e al debutto come regista proprio con il film presentato a settembre scorso allaMostra del Cinema di Venezia, e intiolato con preveggenza “Franca: Chaos and Creation“, dove ha avuto intorno a sè tutti gli amici stilisti, lei in un radioso abito di Valentino alta moda, i capelli biondissimi appena un po’ tagliati forse dopo le cure. Resta la sorella Carla Sozzani di tre anni più grande, gallerista e musa di grandi come Azzedine Alaia, inseparabile da lei e quasi un clone di allure.

Ciao Franca, che hai rivoluzionato da subito l’immagine di Vogue Italia divenuta in tutti questi anni la palestra dei giganti della fotografia di moda, con Steven Meisel lanciato nell’universo dello stile con copertine indimenticabili e spesso anche ribelli. Pioniera nello scoprire le supertop, su tutte Naomi Campbell, amica dei grandissimi creativi anche nel privato, sempre molto semplice rispetto alla vita sotto i riflettori. Negli ultimi mesi era cambiata per la malattia che la costringeva sempre più a controlli e terapie. Tutto il mondo del fashion parlava di lei, di questo suo terribile male, con un affetto e un rispetto profondo perchè tutti hanno riconosciuto il talento e la professionalità di grande giornalista, intuitiva anche sul mondo on line visto il successo di Vogue.it.

Ciao Franca, una vita nella moda ma anche l’impegno per la ricerca e per fare del bene a chi soffre. Dal Convivio inventato tanti anni fa insieme a quel genio di Gianni Versace al suo ruolo come Presidente della Fondazione Istituto Europeo di Oncologia: sempre presente per i tavoli benefici, stavolta solo pochi giorni fa Sozzani non c’era e l’assenza è stata notata. Anche alle ultime sfilate non si era vista, e tutti abbiamo temuto il peggio conoscendono la tempra e la dedizione totale al suo ruolo e al suo lavoro di Direttore di Vogue Italia.

Oggi la piangono in tanti, anche i più umili, che su quelle sue pagine hanno costruito la loro cultura del bello. “Il film di suo figlio Francesco Carrozzini è stato il suo testamento – ricorda Ermanno Scervino – da oggi la moda italiana non sarà più come prima, ha perso la sua ispiratrice, la sua Signora dello Stlle. Noi siamo stati ragazzi insieme nella Milano dei nostri inizi, coraggiosi e sempre intuitivi. Franca come Anna Wintour, nessuno come loro due per tracciare le nuove strade dell’eleganza”. “Oggi c’è un cambio di epoca – continua Ermanno Scervino molto commosso – il suo Vogue Italia è stato un giornale straordinario. Per me scambiare anche solo due parole con lei è sempre stato positivo, prendevo i suoi consigli come il Vangelo. Aveva un talento naturale, rarissimo ed unico”.

“Nessuno come Franca Sozzani ha saputo immaginare una realtà diversa e raccontarla attraverso un esercizio quotidiano di gusto e fantasia – dice Giorgio Armani -. Ha dato al suo destino la forma che ha voluto e che non lasciava nessuno indifferente. Mi mancherà non cercare più la sua presenza nel buio della sala. Con vero affetto sono vicino a Carla e a Francesco in questo momento di dolore”.

Ciao Franca, che hai inventato anche i talent dello stile per scovare nuovi talenti (e quanti ne hai trovati!) per mettere nuova linfa ad un sistema arrugginito, talvolta polveroso e vecchio, sotto le bandiere del mondo. E infine un ricordo dal 1968 quando su Il Giorno apparve una sua foto tra le ‘jeunes filles en fleur’ di città per l’apertura della boutique di Yves Saint Laurent: Franca Sozzani aveva posato per Yves, ma la sua strada era un’altra, quella del giornalismo di moda e della creazione di un mondo di passerelle e di sogni per milioni di donne.

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